La capacità umana di tollerare attività fisica sgradevole è risultata cruciale per la sopravvivenza evolutiva (caccia, fuga, resistenza) e rimane fondamentale per il successo in diversi ambiti della vita, come lo sport.
Nonostante molti studi, il rapporto tra risposte fisiologiche e risposte psicologiche durante l’esercizio è ancora poco chiaro.
In particolare, il ruolo delle risposte affettive non è universalmente riconosciuto.
Durante un esercizio intenso, il corpo produce sensazioni spiacevoli dovute a risposte fisiologiche e metaboliche (lattato, ventilazione, temperatura, ecc.).
Queste sensazioni rappresentano una minaccia all’omeostasi.
Secondo alcuni autori, tutte queste sensazioni vengono sintetizzate in una sorta di valutazione globale del disturbo omeostatico: un unico segnale affettivo che dice “sto bene” → “sto male” (valutazione unidimensionale).
Man mano che l’intensità cresce:
- il corpo vuole tornare all’equilibrio,
- questo si manifesta come un desiderio edonico e immediato di ridurre lo sforzo o fermarsi
È un impulso di breve termine, automatico, orientato al sollievo.
Questo desiderio entra in conflitto con l’obiettivo della prestazione.
Da un lato c’è il desiderio di ridurre lo sforzo, dall’altro c’è l’obiettivo della prestazione, un obiettivo più distante, riflessivo, orientato al risultato.
Il conflitto tra questi due sistemi motivazionali è chiamato conflitto desiderio-obiettivo.
L’obiettivo può essere:
- idiografico (migliorare sé stessi),
- normativo (battere gli altri)
ma ciò che conta è il valore motivazionale che l’atleta attribuisce al proprio obiettivo.
Tuttavia, il ruolo preciso delle risposte affettive in questo processo è ancora dibattuto.
Nello studio Wellings et al. (J Sports Sci. 2026 Jan;44(1):1-9. doi: 10.1080/02640414.2025.2540216), gli autori hanno esaminato se i cambiamenti fisiologici che avvengono durante un test incrementale (lattato, FC, VO₂, temperatura) possano spiegare perché, man mano che lo sforzo aumenta cresce il desiderio di ridurre l’impegno e diminuisce il valore attribuito al proprio obiettivo di performance.
Sono stati selezionati cinquanta soggetti (28 maschi, 22 femmine, Età=23,52 anni ± 6,95 anni), fisicamente attivi (partecipazione a ≥30 minuti di attività di intensità moderata per tre giorni alla settimana per 3 mesi).
Poiché nella letteratura si è dimostrato che gli obiettivi auto-selezionati hanno più valore motivazionale di quelli imposti dall’esterno, gli autori non hanno assegnato un obiettivo standard, ma hanno permesso ai partecipanti di scegliere quello che per loro era più significativo.
Ai partecipanti è stata fornita una lista di possibili obiettivi, ad esempio:
- “battere gli altri partecipanti”
- “dimostrare la mia forma fisica”
- “fare del mio meglio”
- “imparare qualcosa sulle mie capacità”
- “essere rispettato dagli sperimentatori”
- “dimostrare la mia abilità nel ciclismo”
- “essere ammirato per la mia performance”
Ognuno ha scelto un solo obiettivo, quello più rilevante per sé. L’obiettivo scelto è stato posizionato davanti al partecipante per tutta la durata del test.
Successivamente, i partecipanti hanno eseguito un test incrementale fino all’esaurimento volontario su un cicloergometro.
Il ritmo di lavoro era aumentato di 25 W ogni 4 minuti.
La cadenza era mantenuta al di sopra di 70 rpm e il test continuava fino all’interruzione data dal soggetto (test ad esaurimento volontario) o alla diminuzione della cadenza al di sotto di 70 rpm per più di 5 secondi.
Le informazioni visive relative al carico di lavoro e al tempo erano oscurate per evitare che i partecipanti utilizzassero queste informazioni per regolare le proprie prestazioni.
Dopo 90 secondi dall’inizio di ogni fase incrementale, i ricercatori hanno misurato lo stato affettivo, il desiderio di ridurre lo sforzo e l’importanza attribuita al proprio obiettivo.
A 120 secondi, è stata registrata la temperatura corporea.
La frequenza cardiaca è stata registrata 140 secondi dopo l’inizio di ogni fase.
Negli ultimi 90 secondi di ogni fase, è stato misurato il VO₂.
Negli ultimi 30 secondi di ogni fase, sono stati prelevati campioni di sangue capillare dall’orecchio per misurare la concentrazione di lattato nel sangue.
Per la valutazione dello stato psicologico al soggetto venivano fatte tre domande:
- Stato Affettivo (sensazione soggettiva di benessere/malessere), “Come ti senti attualmente?” Risposta sulla Feeling Scale, da +5 (molto bene) a −5 (molto male)
- Desiderio di ridurre lo sforzo, “In che misura vuoi ridurre i tuoi sforzi?” Scala 0–20 (0, non si vuole ridurre lo sforzo per niente; 20, si vuole ridurre lo sforzo immediatamente)
- Importanza attribuita al proprio obiettivo, “Quanto è importante raggiungere il tuo obiettivo?” Scala 0–20 (0, per niente importante; 20, estremamente importante)
Quali cambiamenti fisiologici fanno crescere il desiderio di smettere o ridurre l’intensità dell’esercizio?
Dallo studio emerge che:
- lattato, FC e VO₂ sono predittori significativi
- la temperatura corporea non lo è
- lo stato affettivo media gli effetti di lattato e VO₂, mostrando che la sensazione soggettiva di malessere è il ponte tra fisiologia e motivazione
L’ultimo punto riassume uno dei risultati centrali dello studio: le risposte fisiologiche non influenzano direttamente la motivazione, ma lo fanno attraverso la risposta affettiva, cioè attraverso come ci si sente durante l’esercizio.
Il corpo genera segnali di stress (lattato, ventilazione).
Questi segnali diventano “malessere percepito” (affect). È questo malessere, non il segnale fisiologico in sé, a modificare la motivazione.
In altre parole:
- Fisiologia → stato affettivo → Motivazione
Lo stato affettivo è il ponte che traduce la perturbazione omeostatica in una spinta psicologica:
- a fermarsi (desiderio di ridurre lo sforzo)
- o a mollare il proprio obiettivo (importanza attribuita all’obiettivo)
Non è il lattato in sé a farci mollare: è il modo in cui il lattato ci fa sentire.
In conclusione, lo studio ha verificato in modo formale (e confermato) l’idea, finora solo ipotizzata, che l’AFFECT (termine utilizzato dagli autori nello studio traducibile come la sensazione soggettiva di benessere/malessere) sia il meccanismo attraverso cui le risposte fisiologiche all’esercizio influenzano la motivazione dell’atleta.

