Chinesiofobia nel calcio: quando la paura diventa il vero infortunio

Chinesiofobia nel calcio: quando la paura diventa il vero infortunio

Il calcio è lo sport con il maggiore impatto sociale a livello mondiale ed è praticato da milioni di persone.

Dato l’elevato numero di partecipanti, anche l’incidenza degli infortuni sportivi è alta.

Oggi il calcio è diventato uno sport molto impegnativo, sia fisicamente che mentalmente.

Il calcio moderno è più veloce e fisico rispetto a 50 anni fa; di conseguenza, impone maggiori esigenze fisiche ai giocatori e aumenta il rischio di infortuni.

Tali infortuni comportano anche conseguenze psicologiche per i giocatori colpiti.

Questi infortuni possono verificarsi in diverse sedi anatomiche, tra cui distorsioni, rotture del tendine d’Achille e tendinopatie, fratture metatarsali, fascite e coinvolgimento dell’apparato ungueale a causa di movimenti ripetitivi.

Durante il periodo di recupero, gli atleti possono manifestare chinesiofobia, come una paura eccessiva, ipervigilanza o evitamento del movimento fisico a causa di una percepita vulnerabilità al dolore o ad una nuova lesione.

Questa paura è stata associata ad un aumento dell’intensità del dolore, della disabilità e a una riduzione della qualità della vita nel tempo.

Da un punto di vista teorico, la chinesiofobia può essere compresa all’interno del modello di paura-evitamento, che spiega come gli individui reagiscono al dolore e alle lesioni.

Secondo questo modello, quando il dolore viene interpretato come minaccioso (“Se mi muovo, peggioro la situazione”), può portare a pensieri catastrofici, paura del movimento e comportamenti di evitamento, contribuendo in ultima analisi a limitazioni funzionali e ad un recupero ritardato.

Al contrario, quando il dolore viene percepito come non minaccioso (“Fa male, ma è normale e posso muovermi”), gli individui sono più propensi a mantenere l’attività e a recuperare più efficacemente.

Nel contesto degli infortuni sportivi, la paura del movimento e la paura di una nuova lesione sono strettamente legate al processo di ritorno all’attività sportiva (RTP, return‑to‑play).

Recenti studi evidenziano che la predisposizione psicologica, inclusi i livelli di fiducia e di paura, gioca un ruolo cruciale nel determinare se gli atleti tornano a praticare sport e a quale livello di prestazione.

Nonostante il crescente riconoscimento di questi fattori psicologici, la riabilitazione in ambito sportivo si è tradizionalmente concentrata sul recupero fisico, spesso trascurando le interazioni biopsicosociali che influenzano gli esiti dopo un infortunio.

 

Nel calcio, la chinesiofobia può influenzare il modo in cui i giocatori si girano o cambiano direzione, portando a schemi motori più rigidi che possono influire sulle prestazioni e sul rischio di infortuni.

La chinesiofobia è comune durante il processo di recupero.

La paura di un nuovo infortunio è uno stato psicologico negativo che può ostacolare il recupero setsso.

Sebbene precedenti ricerche abbiano esplorato la chinesiofobia negli atleti, la maggior parte degli studi si è concentrata principalmente su lesioni specifiche (ad esempio, la ricostruzione del legamento crociato anteriore) o ha adottato esclusivamente approcci quantitativi.

Infatti, pochi studi hanno integrato approcci quantitativi e qualitativi per fornire una comprensione completa di come la chinesiofobia influenzi gli atleti a livello fisico, psicologico e sociale.

Ciò rappresenta una lacuna rilevante, in particolare nell’ambito del modello biopsicosociale.

Nello studio di Nieto-Gil et al. (Sport Sci Health 22, 253 (2026). DOI: 10.1007/s11332-026-01843-1) gli autori hanno valutato quantitativamente i livelli di chinesiofobia ed esplorato qualitativamente il suo impatto sulle esperienze di calciatori amatoriali a seguito di infortuni agli arti inferiori.

Lo studio ha coinvolto 109 calciatori (età media 22 anni).

Lo studio ha utilizzato un disegno a metodi misti sequenziale esplicativo, cioè una struttura in due fasi consecutive, dove i dati quantitativi vengono raccolti per primi e quelli qualitativi successivamente, con l’obiettivo di integrare i risultati.

In particolare, è stato condotto uno studio quantitativo per valutare il livello di chinesiofobia nei calciatori che avevano subito infortuni agli arti inferiori (tipo e sede anatomica della lesione), unitamente alla raccolta di dati demografici, e una seconda fase, in cui è stato condotto uno studio qualitativo per esplorare le esperienze di questi stessi giocatori durante i periodi di infortunio, riabilitazione e ritorno al gioco.

La paura del movimento, lo stato di salute e il livello di fiducia nello svolgimento delle attività quotidiane sono stati misurati utilizzando la versione abbreviata della Scala di Tampa per la chinesiofobia (Tampa Scale for Kinesiophobia, TSK-11).

Essa consiste in 11 item valutati su una scala Likert a 4 punti (1 = fortemente in disaccordo a 4 = fortemente d’accordo), con punteggi totali che vanno da 11 a 44, dove punteggi più alti indicano una maggiore paura del movimento.

Il TSK-11 ha dimostrato una buona affidabilità e validità in diverse popolazioni.

I dati qualitativi sono stati raccolti tramite interviste telefoniche semi-strutturate, in cui l’intervistatore segue una guida con domande predefinite, ma ha la libertà di approfondire, chiedere chiarimenti, seguire nuove piste emerse spontaneamente durante la conversazione.

La traccia dell’intervista è stata costruita sulla base del TSK‑11, dello Short Form Health Survey-12 (SF‑12, questionario breve e validato che misura lo stato di salute percepito) e delle evidenze emerse dalla revisione della letteratura.

Le interviste hanno esplorato le esperienze dei partecipanti relative a infortuni, riabilitazione, ritorno al gioco, percezione del dolore, risposte emotive e impatto sociale.

Per i risultati quantitativi, gli infortuni hanno riguardato principalmente il piede e caviglia (66 partecipanti).

Gli infortuni legamentosi sono stati i più frequenti (52 casi), seguiti da quelli muscolari (21) e fratture ossee (14).

Per i livelli di chinesiofobia (TSK-11), il punteggio medio è stato di 24,0 ± 5,04, indicando livelli rilevanti di paura del movimento.

Sono emerse differenze statisticamente significative (p = 0,0017) per i tessuti interessati.

I punteggi più alti sono stati riscontrati negli infortuni ossei (27,5) e tendinei (26,7), mentre i più bassi in quelli alle unghie (18).

Le analisi post-hoc hanno confermato che gli infortuni ossei e tendinei generano una paura del movimento significativamente maggiore rispetto agli infortuni legamentosi o alle unghie.

Per i risultati qualitativi, per le ripercussioni psicologiche ed emotive, le emozioni degli atleti sono variate drasticamente dal momento dell’infortunio alla diagnosi.

Inizialmente prevalevano dubbi sulla possibilità di tornare a giocare.

Dopo la diagnosi, alcuni hanno provato un forte disagio emotivo (“come se mi fosse caduto il tetto addosso”), mentre altri hanno reagito positivamente una volta conosciuti i tempi di recupero.

In generale, sono stati riportati sentimenti di rabbia, tristezza e frustrazione.

Per le conseguenze sulle prestazioni calcistiche, l’infortunio ha generato sfiducia e insicurezza, portando i giocatori a modificare i propri movimenti o a evitare contrasti per paura di farsi male di nuovo.

Molti hanno dichiarato di non essere più tornati allo stesso livello pre-infortunio.

Alcuni hanno iniziato a utilizzare bendaggi preventivi non solo per supporto fisico, ma per ottenere una maggiore sicurezza psicologica.

Il dolore durante il recupero è stato interpretato in due modi: come una parte normale del processo o come un segnale di peggioramento.

Alcuni atleti hanno persino percepito il dolore come “mentale”, ovvero creato dalla mente come meccanismo di difesa per evitare nuovi infortuni.

L’impatto sociale e lavorativo ha evidenziato le difficoltà più pesanti nella vita quotidiana:

  • Perdita di autonomia: molti hanno sofferto per l’impossibilità di essere indipendenti (es. aver bisogno di aiuto per lavarsi o andare a lezione)
  • Isolamento e delusioni: alcuni atleti sono rimasti chiusi in casa per settimane e hanno riferito di essere stati abbandonati da alcuni amici perché non potevano più seguire la normale routine sociale
  • Problemi professionali: gli infortuni hanno causato assenze dal lavoro, portando a rimproveri dai datori di lavoro e spingendo alcuni a considerare l’abbandono del calcio per tutelare la propria salute e carriera
  • Esclusione dalla squadra: è stata sottolineata l’amarezza nel non poter partecipare agli allenamenti e dover guardare i compagni giocare dagli spalti

I risultati confermano il modello di evitamento della paura (fear-avoidance model): quando il dolore è percepito come minaccioso, innesca pensieri catastrofici ed evitamento, portando a limitazioni funzionali e ad un recupero ritardato.

I segnali di allarme che indicano l’ingresso del calciatore in questo ciclo negativo includono manifestazioni cognitive, emotive e comportamentali:

  • Pensieri catastrofici e dubbi: l’atleta inizia a interpretare il dolore come un segnale di estremo pericolo o di peggioramento della lesione, sviluppando dubbi persistenti sulla propria capacità di recuperare o di tornare a giocare
  • Ipervigilanza e paura eccessiva: si manifesta una paura sproporzionata del movimento (chinesiofobia) e un’attenzione ossessiva verso ogni sensazione fisica, temendo che ogni gesto possa causare un nuovo infortunio
  • Alterazione dei movimenti (rigidità): sul campo, il calciatore adotta schemi di movimento più rigidi e meno fluidi, modificando la biomeccanica naturale (ad esempio nel cambiare direzione) per proteggere l’arto infortunato
  • Comportamenti di evitamento attivo: l’atleta evita deliberatamente determinati gesti tecnici, contrasti con l’avversario o scatti, perdendo la “voglia di andare sulla palla” a causa dell’insicurezza
  • Dipendenza psicologica da supporti fisici: un segnale tipico è la necessità di utilizzare bendaggi o fasciature non per un reale bisogno clinico, ma come “scudo” psicologico senza il quale l’atleta si sente incapace di allenarsi o giocare
  • Percezione del dolore come minaccia: invece di considerare il dolore come una parte normale della riabilitazione, l’atleta lo percepisce come un segnale che il processo di guarigione stia fallendo, arrivando a volte a percepire dolori “mentali” creati dalla mente come meccanismo di difesa

Il persistere di questi segnali porta a limitazioni funzionali e ad un ritardo nel recupero, poiché l’atleta, evitando l’attività, non permette al proprio corpo e alla propria mente di riadattarsi al carico sportivo.

Al contrario, una percezione non minacciosa favorisce il mantenimento dell’attività e una guarigione efficace.

Lo studio suggerisce un cambiamento di paradigma nella gestione degli infortuni nel calcio dilettantistico:

  • Valutazione Psicologica: valutare non solo il danno biologico, ma anche la prontezza psicologica e la paura del movimento
  • Terapia di Esposizione Graduata: questo metodo non si limita alla guarigione fisica, ma affronta la componente psicologica dell’infortunio, aiutando l’atleta a riacquistare fiducia nei propri movimenti ed evitando che la paura diventi un ostacolo permanente alla sua carriera sportiva
  • Educazione al Dolore: fornire informazioni chiare sulla natura del dolore può aiutare l’atleta a non interpretarlo come una minaccia costante

In sintesi, la chinesiofobia è un fattore critico che può ostacolare il ritorno al gioco e compromettere il benessere generale in calciatori dilettanti.

Poiché il recupero non è un processo esclusivamente fisico, è essenziale adottare un approccio biopsicosociale.

L’integrazione di supporto psicologico, educazione e strategie di esposizione graduale può ottimizzare i risultati della riabilitazione, garantendo un ritorno allo sport più sicuro e consapevole.