Meniscectomia e cambi di direzione come cambia il carico sul ginocchio

Meniscectomia e cambi di direzione come cambia il carico sul ginocchio

Le lesioni traumatiche del menisco si verificano di frequente in ambito sportivo durante movimenti ad alto carico, come rapide decelerazioni e cambi di direzione.

In presenza di blocchi meccanici o lesioni localizzate in zone avascolari, la meniscectomia parziale artroscopica (APM) rappresenta l’intervento chirurgico primario per asportare il tessuto danneggiato.

Sebbene questo trattamento consenta un rientro allo sport relativamente rapido, diversi pazienti vanno incontro a dolore cronico, disfunzioni a lungo termine e ad un rischio nettamente maggiore di sviluppare osteoartrosi al ginocchio.

Una volta tornati all’attività sportiva, i soggetti sottoposti ad APM mostrano in modo costante una strategia di protezione o scarico del ginocchio (knee offloading).

Anche se la perdita di tessuto meniscale incrementa lo stress articolare locale, gli studi evidenziano ridotti momenti articolari sul piano sagittale durante compiti a basso carico come la camminata, la corsa o gli atterraggi bipodalici.

Questa risposta motoria è guidata da deficit di forza del quadricipite, atrofia muscolare, alterazioni del controllo neuromuscolare e fattori psicologici come la kinesiofobia.

Durante la corsa, in particolare, si osserva una ridistribuzione del momento di supporto dal ginocchio verso l’anca, una compensazione prossimale del tutto analoga a quella riscontrata negli atleti operati di ricostruzione del legamento crociato anteriore.

Nella pratica sportiva, gli atleti devono eseguire ripetutamente cambi di direzione ad elevata intensità.

I cambi di direzione ad angolo acuto (pari o superiori a 90°) impongono importanti sollecitazioni meccaniche agli arti inferiori, e l’esecuzione a velocità maggiori richiede carichi ancora più elevati al ginocchio.

Non è noto se i soggetti post-APM possano tollerare tali sollecitazioni in compiti così impegnativi o se adottino strategie di compensazione simili a quelle viste nella ricostruzione del LCA.

Il cambio di direzione è un gesto atletico multi-passo in cui l’azione frenante si distribuisce su più appoggi successivi.

In questo contesto, il penultimo contatto podalico (PFC) svolge un ruolo fondamentale: dissipa la quantità di moto e abbassa il centro di massa per consentire una variazione di traiettoria efficace nell’ultimo contatto podalico (FFC).

Il PFC registra infatti forze frenanti posteriori e carichi sagittali al ginocchio superiori rispetto al FFC.

Ciononostante, la letteratura scientifica sui traumi del ginocchio si è focalizzata quasi esclusivamente sull’ultimo passo, trascurando il penultimo.

Una frenata insufficiente nel penultimo passo rischia di trasferire carichi eccentrici eccessivi sull’ultimo appoggio, peggiorando le prestazioni e incrementando il rischio di infortunio.

Nello studio di Starbuck et al. (Scand J Med Sci Sports. 2026 Sep;36(9): e70367. doi: 10.1111/sms.70367) gli autori hanno voluto confrontare la potenza articolare e i contributi relativi di anca, ginocchio e caviglia tra l’arto operato, l’arto controlaterale e un gruppo di controllo sano durante un cambio di direzione a 90°.

Lo studio ha adottato un disegno trasversale e ha reclutato 24 soggetti sottoposti a meniscectomia parziale artroscopica (APM), valutati tra i 3 e i 12 mesi dall’intervento chirurgico, e 20 soggetti sani.

Tutti i partecipanti dovevano avere un’età compresa tra 18 e 40 anni, praticare attività sportiva almeno due volte a settimana ed essere in grado di eseguire movimenti specifici come i cambi di direzione.

Sono stati esclusi individui con storie di precedenti interventi chirurgici agli arti inferiori, lesioni concomitanti del legamento crociato anteriore o patologie infiammatorie.

La valutazione clinica e funzionale iniziale ha previsto la somministrazione della Tampa Scale of Kinesiophobia (TSK, utilizzato per misurare la paura del movimento e la paura di reinfortunarsi), il questionario KOOS (Knee injury and Osteoarthritis Outcome Score) per la percezione della funzionalità del ginocchio e la misurazione della forza isometrica massima del quadricipite tramite dinamometro isocinetico.

Il protocollo biomeccanico ha previsto l’acquisizione sincronizzata di dati cinematici mediante 27 telecamere ad optoelettronica (200 Hz) e dati cinetici mediante piattaforme di forza (1000 Hz) durante un cambio di direzione a 90°.

I partecipanti, indossando calzature standardizzate, eseguivano una rincorsa di 10 metri all’80% della propria velocità massima (rilevata tramite fotocellule) prima di effettuare l’appoggio sulla piattaforma di forza, completare la svolta a 90° e proseguire con uno sprint di 4 metri.

L’analisi dei dati si è concentrata sulle fasi di contatto con il suolo del penultimo passo (PFC) e dell’ultimo passo (FFC), definiti quando la forza di reazione verticale del terreno superava i 20 N.

Utilizzando un modello muscoloscheletrico soggetto‑specifico, è stata calcolata la potenza articolare sul piano sagittale ad anca, ginocchio e caviglia, normalizzata rispetto alla massa corporea.

Inoltre, sono state valutate le prestazioni complessive del cambio di direzione misurando i tempi di contatto, le velocità del centro di massa in ingresso e in uscita e gli angoli del movimento.

I risultati dello studio hanno evidenziato alterazioni biomeccaniche significative e strategie di compenso ben definite nei soggetti sottoposti a APM rispetto ai controlli sani.

Per quanto riguarda i parametri clinici di base, il gruppo APM ha mostrato un deficit bilaterale di forza isometrica del quadricipite, con valori significativamente inferiori sia nell’arto operato sia in quello controlaterale rispetto al gruppo sano.

Ciononostante, le prestazioni generali del cambio di direzione (velocità di approccio e di uscita, angoli di svolta) sono risultate sovrapponibili tra i gruppi, fatta eccezione per un tempo di contatto al suolo più lungo nell’arto controlaterale durante il penultimo passo rispetto all’arto operato e al gruppo sano.

Nella fase di frenata del penultimo passo (PFC), l’arto operato ha generato una potenza meccanica negativa totale inferiore rispetto ai controlli sani.

Entrambi gli arti dei soggetti APM (sia quello operato sia quello sano) hanno mostrato una riduzione della potenza negativa assorbita dal ginocchio e un contributo percentuale del ginocchio significativamente inferiore rispetto ai soggetti sani.

Per compensare questo deficit di carico al ginocchio, è emerso un aumento relativo del contributo dell’articolazione della caviglia in entrambi gli arti, configurando una strategia di frenata sbilanciata in senso distale.

Nella fase dell’ultimo passo (FFC), durante la frenata, l’arto operato ha espresso una potenza negativa totale e una potenza assorbita dal ginocchio inferiori rispetto all’arto controlaterale.

Durante la successiva fase di propulsione, l’arto operato ha sviluppato una potenza positiva totale nettamente inferiore rispetto al gruppo sano, causata da riduzioni sia nella potenza generata dal ginocchio sia in quella della caviglia.

Sul piano dei contributi articolari relativi, l’arto operato ha mostrato una minore partecipazione del ginocchio e una maggiore dipendenza dall’anca rispetto ai controlli sani, spostando il carico propulsivo in direzione prossimale.

Infine, l’analisi dell’interazione tra la sequenza degli arti ha dimostrato che il modo in cui il carico viene distribuito tra il penultimo e l’ultimo passo dipende da quale arto avvia la manovra.

Quando l’arto sano esegue il penultimo passo, un’adeguata frenata al ginocchio nel riduce la richiesta di carico sul ginocchio operato nell’ultimo passo, confermando la funzione protettiva del penultimo appoggio.

Al contrario, quando è l’arto operato ad avviare la frenata nel PFC, la sua incapacità o riluttanza a caricare il ginocchio (influenzata anche da fattori psicologici come la kinesiofobia) trasferisce una quota eccessiva di carico frenante eccentrico sull’arto sano nell’ultimo passo.

Poiché carichi meccanici elevati nell’ultimo passo aumentano il rischio di infortunio al ginocchio, gli autori concludono che la strategia di protezione dell’arto operato finisce per esporre l’arto controlaterale a sollecitazioni potenzialmente dannose.

Le conclusioni dello studio mettono in evidenza che gli individui sottoposti a meniscectomia parziale artroscopica mantengono deficit persistenti nella potenza del ginocchio sia nel penultimo (PFC) sia nell’ultimo passo (FFC) durante un cambio di direzione a 90°.

Questi deficit generano l’adozione di strategie motorie compensatorie specifiche per ogni fase del movimento:

  • Nel penultimo passo (PFC): sia l’arto operato sia l’arto controlaterale adottano una strategia distale guidata dalla caviglia, riducendo il carico al ginocchio e aumentando la dipendenza dalla caviglia per assorbire l’energia nella fase di frenata
  • Nell’ultimo passo (FFC): l’arto operato ricorre ad una strategia prossimale guidata dall’anca, aumentando il contributo dell’articolazione dell’anca per sostenere la spinta nella fase di propulsione

Un altro elemento centrale riguarda l’effetto della sequenza degli arti.

Quando è l’arto operato ad avviare la frenata nel penultimo passo, la sua incapacità di caricare adeguatamente il ginocchio trasferisce un maggior carico frenante eccentrico sull’arto sano nell’ultimo passo.

Questo compenso protegge temporaneamente il ginocchio operato, ma espone l’arto controlaterale a sollecitazioni meccaniche elevate e ad un potenziale rischio di infortunio.

Gli autori concludono che i test di valutazione per il rientro allo sport (Return to Sport) non dovrebbero limitarsi a valutare l’arto chirurgico o l’ultimo passo isolato, ma dovrebbero analizzare l’intera sequenza multi-passo e la capacità di carico eccentrico di entrambi gli arti.

È invece prioritario ripristinare la potenza e la capacità di carico eccentrico del ginocchio, preparando al contempo l’anca e la caviglia di entrambi gli arti a tollerare la ridistribuzione dei carichi.